Il vuoto oltre la rete

Probabilmente ci sono decine, centinaia di libri sull’argomento (non c’è davvero più niente di nuovo sul fronte occidentale).
Però io non mi sono imbattuta in nessuno.
Quindi vale la pena scriverne. E in ogni caso scrivere serve a me. Punto.
In realtà quello che voglio scrivere è una domanda lanciata nell’iperspazio della rete: ma anche a voi, a tutti voi, rimane un senso di vuoto dopo aver chattato, discusso, chiaccherato in rete?
Non è come leggere delle informazioni. Per quelle ho un altro sentimento: di inconsistenza. Ma ne parliamo un’altra volta.
È proprio un senso di vuoto.
Entri in un blog, c’è un post che ti interessa, vai alla sezione commenti, ne trovi uno che ti attizza e rispondi. E poi magari continua a incrociare la spada, a dibattere. Oppure vai su facebook e trovi che qualcuno ha scritto dell’ultima volta che è sceso a prendere un caffè. Eppure leggi e magari rispondi o laiki.
Insomma: interagisci con persone. (Persone?)
Fantastico. Perchè lo fai mentre aspetti il tram oppure guardando la tv.
Ma se per caso mi fermo a farlo in un momento davvero libero, in cui non sto facendo altro, mi sono accorta di questo strano fenomeno: ogni volta ne esco con un senso di deprivazione. Un vuoto. Le mie energie, dopo queste fantastiche attività, sono diminuite. 
Allora vago un po’ in tondo, giro a vuoto. Poi ritorno nuovamente su facebook o su un altro blog. Per vedere se qualcuno ha scritto una cosa che mi possa accendere. Anzi, meglio: che possa riempire il vuoto che quella stessa cosa ha creato in origine.
Il nostro desiderio di contatto con altri esseri umani è primordiale. Ed è un’esigenza basilare del corpo, ancor prima che della mente.
Ricordo di aver letto anni fa la storia di un esperimento fatto con una ventina di neonati in America negli anni ’40 (decisamente un tempo crudele). Erano anni in cui si provavano le prime teorie psichiche. In quel terribile esperimento i bambini non venivano mai toccati, accarezzati, cullati. Solo nutriti e puliti. Benissimo. Ma niente altro. Dopo quattro mesi metà dei bambini erano morti.
Mi ha sempre stretto il cuore questa storia. Ma mi conferma nelle mie sensazioni. Parlare con persone in carne ed ossa non è come parlarci attraverso uno schermo. Lo schermo è solo l’immagine riflessa di una relazione umana. Non è caldo, non ha odore e non trasmette. Niente. Però risucchia.
C’è il vuoto oltre la rete. Eppure a questo vuoto continuiamo ossessivamente a rivolgerci cercando quello che non potrà mai dare. Come in tutte le dipendenze che si rispettano aumentiamo la dose giorno dopo giorno precipitando nel gorgo del vuoto sempre più a fondo.

Hold me tight
(The Beatles)

Tosca

http://stpauls.vxcommunity.com/Issue/Us-Experiment-On-Infants-Withholding-Affection/13213

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Dalla Siberia con amore

Questa è una zattera. Ci hanno buttati a mare e adesso vaghiamo abbarbicati ad un iceberg nel freddo Artico.
Come Erik il Rosso viaggeremo verso ovest.
Non sappiamo dove arriveremo, ma siamo determinati a sopravvivere.
Da domani faremo un po’ di manutenzione che ci consentirà di accendere qualche fuocherello per scaldarci un po’.
Intanto raccogliamo idee. Chi vuole salire sull’iceberg…si accomodi.
I Siberiani

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Abbiamo ancora i pianoforti

Siamo nella merda. Siamo (ci sentiamo) poveri perché questo Natale non potremo comprare il nuovo modello di i-minchia qualcosa. Siamo poveri perché questo Natale dovremo rinunciare al panettone. Siamo tutti poveri. Anche quelli che potranno mangiare e perfino comprare dei regali.
Siamo poveri dentro. Per questo ci sono così tanti poveri fuori. Perché abbiamo dentro la miseria di una vita riempita solo di cazzate.
Non vediamo più futuro, non perchè non abbiamo soldi, ma perché abbiamo dato ai soldi il potere di decidere se ci sentiamo vivi.
Forse è qui che dovevamo arrivare per capire cose che altri prima di noi sapevano.
Le iniziative natalizie della mia città, fatte apposta per farti comprare, quest’anno hanno miracolosamente partorito un’idea: pianoforti in giro per le vie del centro. Chi vuole si siede e suona.
Mi siedo e aspetto.
Arriva un ragazzo. Giovane, occhi chiari, magro. Si siede deciso, appoggia lo zainetto e mette le mani sulla tastiera. E suona. E cura le anime. Anime afflitte, disperate, martoriate. La musica scende lentamente e lenisce il dolore.
Lo guardo, gli dico: sono il tuo pubblico, suona per me.
La gente passa e guarda un attimo, curiosa. FERMATEVI gli grido silenziosamente.
Un altro ragazzo arriva. Si siede. Ascolta.
Poi il primo gli offre la tastiera: vuoi suonare? Tra di loro e con me nasce un circuito. Il secondo ragazzo suona. Poi si ferma.Tende una mano verso il primo che lo sta ascoltando: Arturo, piacere. Giorgio, ciao.
Io sono sempre il vostro pubblico, dico con gli occhi.
Ma i due ormai sono partiti: suonano insieme, uno verso la musica dell’altro. Suonano musiche diverse. Ma cercano qualcosa da suonare insieme: che possiamo fare? Battisti, Imagine, i Beatles, colonna sonora dell’anima. È più importante suonare insieme, della loro musica personale.
E suonano. La gente continua a guardare e passare. Ma lì si è formato un nucleo: chissenefrega degli acquisti. Siamo qui, possiamo suonare (e alla fine cantare) insieme. La gente, pian piano, comincia a fermarsi.
Siamo poveri. Ma abbiamo ancora i pianoforti.

La bellezza salverà il mondo – Todorov

Tosca

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Il sogno di Gianroberto

Voleva, disperatamente voleva, creare qualcosa di indimenticabile, di unico e soprattutto che lo liberasse dal fastidioso problema di dover far quadrare i bilanci.
Una notte ebbe un sogno.
Sognò un nuovo prodotto da lanciare sul mercato. Una merce che si produceva a costo zero e si vendeva carissima. Nel suo sogno, Gianroberto si vedeva lanciarla sul mercato e diventare di colpo, nel giro di pochi anni, imperatore del mondo. Aveva scoperto il prodotto perfetto, the ultimate product: il riconoscimento.
Si svegliò proprio nel momento in cui lo stavano incoronando.
“Peccato che sia solo un sogno” borbottò mentre ciabattava verso la cucina per farsi un caffè.
Fu mentre lavava la moka lasciata sporca dalla sera prima che capì il suo sogno.
Riconoscimento, ovvero dare a tutti la percezione di essere qualcuno. In un mondo che tendeva alla conformità asfissiante e che diceva continuamente a sette miliardi di persone “io so’ io e voi non siete un cazzo”, vendere la possibilità di sentirsi qualcuno, di avere un valore unico e soprattutto la percezione di avere un potere era the ultimate product, quello che si sarebbe venduto da solo.
Del resto tutte le merci venivano pubblicizzate attraverso questo messaggio: con questo vestito tutti ti noteranno, con questa automobile sarai unico, con questa crema brillerai.
Dilettanti. Usavano l’oro per vendere il piombo. Il vero prodotto era il messaggio. “Uno vale uno”, sei unico, irripetibile. Vendere l’idea pura. Questo diceva il suo sogno.
Si accorse che il caffè era uscito, aveva bollito e la moka si era bruciata.
Si limitò a spegnere il gas e rimase in piedi appoggiato al fornello.
“Come posso vendere riconoscimento?” continuava a chiedersi.
La sua testa lavorava freneticamente. “Cos’è il riconoscimento?
Decise di procedere con metodo.
Aprì il tablet e cominciò a inserire parole in Google.
Riconoscere, vedere, guardare, essere. Gli uscivano milioni di voci.
Alle due del pomeriggio, ancora in pigiama e senza aver bevuto nemmeno un caffè, con gli occhi che schizzavano fuori dalle orbite, si arrese. Aveva avuto l’idea del secolo ma non riusciva a materializzarla.
Sentì che squillava il cellulare ma non fece in tempo a rispondere. Era il suo ufficio. Aveva 17 chiamate non risposte.
Decise di chiamare.
“Dov’eri finito?” gli chiese il figlio Davide “cominciavamo a preoccuparci”.
“Stavo lavorando” rispose laconico.
“Ti ricordi che alle tre abbiamo una riunione?”
“Vagamente. Di che si tratta?”
“Viene qui Antonio di Pietro, ti ricordi che non era contento di come stava andando il suo blog?”
Il potere politico! Ecco la materializzazione della sua idea. Cosa più del potere politico ti dà riconoscimento? Cummannari è megghiu ca futtiri dicono i siciliani. E certo che é meglio: se comandi sei il padrone, tutti ti riconoscono, tutti ti guardano e tutti ti ascoltano.
Dare ad ognuno singolarmente il potere politico. Dare ad ognuno la percezione di avere il potere. Uno vale uno. Che la forza sia con te, si disse e si mise a ridere. Una risata che cominciò piano, in sordina ma poi crebbe fino a diventare un riso irrefrenabile.
“Ehi, che succede?” sentì suo figlio dire dall’altra parte del telefono.
“Siamo ricchi, Davide” rispose. E chiuse la comunicazione.
La sua mente si perse a calcolare le infinite possibilità di guadagno derivanti da milioni di connessioni che passavano per i suoi server.

Uno, nessuno, centomila

Tosca

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All(‘)armi, siamo tecnici

Non potevano aspettare di portarci all’abisso greco. Perché spezzare le reni all’Italia non è come spezzare le reni alla Grecia. L’Italia non è un piccolo paese, gli italiani hanno (avevano) risparmi pari al debito pubblico, l’Italia aveva uno dei sistemi industriali più resilienti del mondo, con la sua struttura di piccole e medie imprese capaci di grandi impulsi e anche di una flessibilità impensata per qualunque altro paese al mondo.
Per portarci alla disperazione ci voleva qualcos’altro.
Perché la disperazione è la conditio sine qua non per installare il nuovo ordine mondiale.
Il terreno era favorevole, va detto. Anni e anni di cupezza e marciume culturale avevano fiaccato le menti e i cuori migliori. La crisi mondiale picchiava duro. Ma ancora non bastava.
Ci voleva un uomo col loden. Un tecnico, ci dissero. Dobbiamo lavorare di più, ci hanno detto. Dobbiamo spendere di meno, ci hanno detto. Dobbiamo rinunciare al lusso dei diritti, non ce li possiamo più permettere, ci hanno detto.
Chi lo dice? I tecnici, of course. È indiscutibile, quello che dicono i tecnici.
Il tecnico col loden ci raccontava che andava in Europa e, conti alla mano, trovava il sistema di non farci andare a picco. Costava un po’, in termini di dolore collettivo, ma non si può fare altrimenti, diceva il tecnico col loden.
La medicina è amara ma ce lo chiede l’Europa, diceva il tecnico col loden.
Nessuno, dico nessuno, ha mai chiarito che tutta quella medicina non era proprio quello che chiedeva l’Europa. Quando gli industriali sono andati a Bruxelles a dire: guardate che così non riusciremo mai a pagare i nostri debiti, state uccidendo il debitore, si sono sentiti rispondere: guardate che è stato il vostro tecnico a volerla fare così amara. Noi non avevamo chiesto una cura così pesante.
Ma ormai la medicina aveva raggiunto il risultato voluto: l’Italia era alla disperazione. Indietro non si torna.
A questo punto siamo pronti per il salto di qualità. Prima o poi dovremo andare a chiedere, col cappello in mano. A settembre saremo falliti, dice Grillo. Probabilmente ha ragione.
E allora verranno altri tecnici. Fondo monetario, banca mondiale, commissione europea: si chiama troika, come sanno bene i greci.
Fondo monetario, che proprio l’altroieri ha riconosciuto “ooops, in Grecia abbiamo sbagliato, hanno fatto tutto quel che gli abbiamo detto e, ooops, sono andati a fondo”.
Sono trent’anni che “sbagliano” al Fondo monetario. Trent’anni che riducono interi paesi in miseria e poi dicono “ooops, abbiamo sbagliato”, passeggiando sui cadaveri.
Non sbagliano, i tecnici. Sono gli alfieri del nuovo ordine mondiale che ha bisogno di disperazione per affermarsi, per spezzare le reni all’Italia (oggi, poi passeranno alla Francia e avanti così). Ogni volta che hanno detto “abbiamo sbagliato” non è cambiato nulla, sono andati avanti con le stesse medicine.
Quindi a settembre vorranno rifilarci la stessa medicina. In dosi ancora più massicce, mentre i loro referenti economici si papperanno l’Italia un boccone (succulento, perché non siamo mica la Grecia) dopo l’altro.

Allarmi, siamo tecnici.

Tosca

p.s. il documento del Fondo sulla Grecia è qui: http://www.imf.org/external/pubs/ft/scr/2013/cr13156.pdf

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25 luglio

I parlamentari del Pdl, alcuni parlamentari, sono in fibrillazione. Che abbiano capito cosa sta succedendo? Che si siano resi conto che la banda Alfano sta facendo fuori il loro amato capo e che loro seguiranno inesorabilmente la sua sorte?
Perché questa divisione tra falchi e colombe, tra difensori di Silvio a tutti i costi e responsabili membri del governo, a guardarla bene, mette in fila da una parte quelli che hanno un’immagine meno compromessa e dall’altra quelli che, senza Silvio non potrebbero esistere perché impresentabili.
Nella trama spesso incomprensibile di questo governo, si comincia a vedere l’ordito del piano Alfetta. E non escludo che un fine mestatore come Bisignani abbia confezionato un bel libro per far esplodere il prima possibile il complotto. Perché il piano Alfetta ha bisogno di lavorare sottotraccia ancora per un po’ prima di arrivare al punto critico, quello in cui ormai il nano è fuori gioco. Ha bisogno di arrivare almeno alla sentenza di cassazione. Quand’é? Il 25 luglio?

Tu quoque Bruto?

Tosca

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Niente è come sembra

Luigi Bisignani ha scritto un libro per dire due cose.
Uno: che Alfano e Schifani hanno complottato per far fuori Berlusconi. E che c’è un filo diretto da molto tempo tra Letta e Alfano (Fantapolitica)
Due: che gli Stati Uniti si “interessano” a Grillo da molto tempo (Anche le formiche…).
Niente che, di fatto, non fosse sotto gli occhi di tutti. Bastava volerlo vedere.
A me resta una domanda: perché la furia iconoclasta di Grillo si dirige sempre contro il Pd? Le analisi si sprecano (vuole i voti della sinistra, ha un rancore personale, pensa che il Pd sia la parte debole del sistema che vuole distruggere). Nessuna però è convincente, nessuna scioglie completamente i dubbi che regolarmente riaffiorano, nessuna spiega perché in questa sua fumosa e non spiegata strategia finisca sempre per dare eccellenti assist al nano.
In tre mesi ha parlato di Berlusconi solo una volta, per rimandare ad un futuro improbabile lo scontro tra highlander.
La vicenda di oggi su Porcello e Mattarello è perfino più confusa. Grillo dice ai quattro venti che non vuole il Mattarello. Quando scopre che il Pd si spacca su questo (e quando mai non lo fa) cambia idea. E infilza il Pd per l’ennesima volta.
Il mio senso della logica non ci sta. E la risposta deve stare da un’altra parte.
Penso che quando la scoprirò mi spaventerò.

Niente è come sembra (Battiato)

Tosca

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Vedere Nazca

Chi frequenta i vari Kazzenger e PieriAngeli sa che cosa sono le pitture di Nazca.
Per tutti gli altri va detto che sono dei disegni tracciati nella sabbia del deserto omonimo, in Perù. Ma le pitture di Nazca hanno una particolarità: sono così estese, immense, che la loro forma si vede solo da una grande distanza, da un aereo sostanzialmente. Quando si è a terra i segni che compongono le forme compiute – prevalentemente animali – sono solo delle righe nel terreno.
Ora, noi gente del mondo, siamo esattamente dentro una pittura di Nazca.
Siamo a terra e vediamo molte cose che non ci vanno bene, vediamo pezzi di righe che non funzionano, curve che non capiamo e percepiamo vagamente che queste righe che trapassano la nostra vita devono avere un significato complessivo. Solo che non riusciamo a vederlo.
Perché ci manca la prospettiva completa. Dovremmo allora salire all’ultimo piano di un grattacielo finanziario di New York (o Pechino o Hong Kong o Londra o Berlino o fate voi) per vedere l’intero disegno.
Da quell’altezza finalmente potremmo vedere il disegno completo. Il disegno di una realtà che viene governata da meccanismi complessi che hanno un unico fine: far arrivare sempre più denaro nelle tasche di quel piccolo gruppo di persone che stanno costantemente sulla cima di quei grattacieli.
Un disegno fatto di algoritmi digitali che manipolano l’economia per fini che non hanno niente a che fare con mangiare, vestirsi, andare a spasso e vivere in generale.
Quindi, prima di tutto, dobbiamo salire in tanti, su quegli aerei, e vedere il disegno. Solo così capiremo cosa fare. Come si a prendere gli aerei? Tocca leggere, leggere cose che vengono poco pubblicizzate, cercare informazioni in luoghi anomali, tocca parlarsi per confrontare le idee e farsi delle domande. Molte domande.

Noi siamo moltitudine (by Anonymus)

Tosca

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Anche le formiche…

Un mondo di poteri forti, in mano a poche migliaia (centinaia?) di persone che decidono sopra la testa di sette miliardi di formichine.
È questo lo scenario più realistico dei prossimi anni se non accade una rivoluzione. Nel senso etimologico, ovvero una rottura delle strutture profonde che governano il mondo. Che poi sia violenta, di velluto, distruttrice o meno, rivoluzione dovrà essere se non vogliamo finire schiacciati nel formicaio. E che nessuno pensi di salvarsi. I signori del mondo sono un club molto, ma molto esclusivo.
Questa è la cornice.
Nel quadro c’è anche l’Italia dove si stanno facendo, dal punto di vista dei nuovi imperatori, degli esperimenti molto interessanti.
Perché uno dei problemi, forse il principale, degli imperatori, è come controllare la rabbia devastante che potrebbe far insorgere le formichine. E sette miliardi di formichine che si incazzano possono essere un vero problema.
Quindi vediamo cosa accade in Italia, anello debole della catena superiore, ovvero quella dei paesi dove le formichine, finora, sono state ben pasciute. Debole perché dedita a vizi antichi: spendacciona, inefficiente, indebitata fino agli occhi. Ma pur sempre un paese ricco, di una ricchezza diffusa, non ancora troppo concentrata nelle mani di pochi. E quindi difficile da spezzare e sottomettere. Ricca anche di cultura politica – seppur anestetizzata – che resiste strenuamente alla colonizzazione del formicaio.
Un pezzo di questa Italia si è già assuefatto al volere divino, complice la naturale tendenza mediterranea a seguire ciecamente un capo.
Un altro pezzo è confuso e vive convulsioni terribili perché si sente impotente a far cambiare le cose.
A questo punto arriva un signore che dice: io cambierò le cose, fidatevi di me. Ciecamente.
E come primo obiettivo sceglie proprio quel pezzo d’Italia che ancora resiste alla colonizzazione. Certo ha buon gioco: i capi del pezzo d’Italia che resiste in realtà sono dei formiconi mangiatutto. Poi dice: voi formiche che resistete venite con me, che io farò cambiare tutto. Nello stesso tempo si volta verso i formiconi e dice: se non ci fossi io la rabbia delle formichine resistenti distruggerebbe tutto.
Insomma, lui sa come fare per evitare la colonizzazione definitiva del formicaio.
Però…c’è un però.
Questo signore, molto prima di gridare ai quattro venti che avrebbe cambiato tutto, era andato un giorno a pranzo con uno degli emissari dei padroni del mondo. Gli aveva spiegato per filo e per segno cosa pensava e cosa intendeva fare.
Dite che gli imperatori hanno fatto un salto sulla sedia e detto “ohibò, dobbiamo fermarlo”? Ma neanche per idea. L’emissario scrive ai suoi padroni che tutto va bene, che il signore in questione ha delle idee interessanti e che loro, al contrario dei suoi compatrioti, lo considerano un interlocutore credibile.
Passa il tempo e il signore suddetto riesce nel suo piano: un pezzo d’Italia lo segue con fede convinta.
A quel punto, quel pezzo d’Italia, che è in buona parte la stessa confusa e convulsa che resiste, pensa che finalmente ci sarà un cambiamento. Il signore lo ha promesso ai quattro venti. Loro lo hanno seguito per questo.
Invece il signore in questione si dedica a un altro compito: distruggere i formiconi e prendersi la loro quota di formiche.
Dell’Italia già assuefatta al volere divino si disinteressa quasi totalmente. Anzi, la rimette in sella, quando già era all’angolo.
Ma come, gli dicono le formichine? Non preoccupatevi, risponde il signore. Quello sarà il nostro prossimo obiettivo.
Nell’attesa però continua a distruggere proprio quella parte di formicaio che che ha ancora memoria di come si potrebbero ostacolare i disegni degli imperatori.
A quando il prossimo pranzo con gli emissari degli imperatori?

Anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano (Gino e Michele)

Tosca

P.s. Domanda: perché tutte le armi concepite e sviluppate negli ultimi 15 anni sono disegnate per il controllo della folla, per la repressione urbana?

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Settembre nero

A settembre, dice Beppe Grillo, non ci saranno i soldi per pagare gli stipendi e le pensioni.
Stranamente tutti, governanti in primis, sembrano pensare che stia esagerando. O almeno così devo dedurre da:
1. Questioni di cui si occupa il governo
2. Questioni di cui si occupa la cosiddetta informazione
3. Questioni di cui si dibatte accanitamente su blog, forum e pagine varie
Nessuno di questi grandi discorsi prende mai in considerazione la cosa.
Mi da fastidio – anzi terrore – doverlo ammettere, ma io penso invece che Grillo abbia ragione.
Non si tratta di una fine analisi politica. È la banale constatazione che tra un mese, il 16 giugno, c’è una scadenza importante: il pagamento delle tasse per tutti quelli che non sono lavoratori dipendenti. Vale a dire, principalmente, le aziende e le partite iva.
Tutta gente che negli anni, spesso, è dovuta ricorrere al credito bancario per pagare le suddette. Per ragioni che entrano nelle “intricacies” del sistema fiscale, molti non hanno a disposizione i liquidi per pagare quando lo stato chiede. Se a questo aggiungiamo che la crisi ha prosciugato qualunque riserva e che le banche non danno più credito, soprattutto quando le aziende non sono in condizioni di restituire, l’equazione è completa. Vale a dire che a giugno molti non pagheranno. Non perchè non vogliono, semplicemente perchè non potranno.
Un vuoto fiscale da brivido per la macchina statale che, appunto, non avrà i soldi per pagare gli stipendi.

I want my money back

Tosca

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